di Andrea Solieri
Si è parlato di giustizia lunedì scorso al Forum Monzani, in occasione del primo dei 4 appuntamenti previsti dal progetto “La scuola incontra la cultura”, organizzato dal Liceo classico San Carlo. Ospite relatore, Francesco Saverio Borrelli. Ex magistrato con oltre 40 anni di carriera giudiziaria alle spalle, Borrelli è conosciuto soprattutto per il passato incarico come capo del pool ‘Mani Pulite’ ai tempi di Tangentopoli; oggi, è capo dell’ufficio indagini della Figc, con il preciso compito, assegnatogli dal commissario straordinario Guido Rossi, di fare luce sul recente scandalo del mondo del pallone ‘Calciopoli’. Di fronte a una platea di oltre 900 studenti provenienti da diverse scuole superiori di Modena, Borrelli ha affrontato i temi a lui cari della giustizia e della legalità, partendo da un cruciale interrogativo: i due termini sono sinonimi? “Non sempre”, è la sua risposta, “ma questo non significa che si possa infrangere una legge solo perché la si ritiene ingiusta”: sarebbe il ritorno alla “legge della giungla”, ovvero ciò che il sistema giuridico si ripropone di evitare, creando quell’ “affidamento reciproco” che tutela ciascuno nella collettività. Allora in quali casi si può – si deve – “resistere, resistere, resistere”, come lei stesso invitò a fare nel 2002 inaugurando l’anno giudiziario in veste di presidente della Corte d’appello di Milano? Come allora, la risposta è una sola: “Quando sono in pericolo le acquisizioni consolidate della nostra civiltà, e che riteniamo definitive”. In questo caso, sottolinea Borrelli, “resistere è un dovere civico, morale”. Da qui, inevitabile il passaggio a un’altra grande questione: lo spinoso problema del rapporto fra giustizia e politica. “E’ ovvio”, chiarisce Borrelli, “che se un provvedimento colpisce un uomo politico, ciò avrà ricadute politiche. Così come è evidente che i politici mal tollerano il controllo sulla legalità delle loro azioni, e quindi attaccano la giustizia per screditarla”. Il problema risiede nell’interpretazione della legge e nella necessità di combinare coerentemente diverse norme: in questo processo interpretativo è inalienabile la soggettività del singolo, quel vizio di fondo dato dalla cultura personale del giudice. Nulla a che vedere però con il famigerato ‘uso politico della giustizia’, da certa parte politica denunciato di continuo. “E’ giusto che vi siano raccordi tra i tre Poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), e che la magistratura non si chiuda in un sistema inviolabile, ma spesso l’ingerenza della politica è eccessiva, e può essere un problema. La giustizia in Italia è in crisi: da una parte la delegittimazione dal modo politico, dall’altra l’inefficienza del ‘servizio’ (preferisco chiamarlo così piuttosto che ‘potere’)”. Il combinato di questi due aspetti ha portato, nella passata legislatura, a riformare l’ordinamento giudiziario, un “passo indietro”, dice Borrelli, che chiarisce: “Separando le carriere e sottoponendo il pm al controllo dell’esecutivo, la riforma mina l’indipendenza della magistratura e cancella le possibilità di crescita professionale”. Gli studenti, evidentemente molto interessati, hanno partecipato con domande dirette e precise. L’indulto? “Non risolve il problema. Ci vuole prevenzione, occorre attenuare le spinte alla delinquenza, sviluppare comprensione, e non confondere giustizia con vendetta”. Come si spiegano Andreotti e Berlusconi in Parlamento, e le leggi ‘ad personam’? “Colpa di noi italiani. Certi personaggi riflettono la scarsa cultura della legalità, e diventano esempio per tante persone che vorrebbero essere come loro.” In chiusura, l’ultima, impertinente, domanda di una studentessa: “Può dire in tutta coscienza di essere sempre stato imparziale?” Imbarazzato, Francesco Saverio Borrelli risponde cauto: “Sui risultati non posso garantire, ma mi sono sempre impegnato per esserlo”.
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