Piergiorgio Welby è morto. Qualcuno, non importa chi (o sì?), ha staccato la spina, non prima di avergli somministrato una dose, (molto) probabilmente letale, di sedativi. Sarebbe morto comunque, ma lo ha fatto senza soffrire. Questo è quanto.Io non sono Welby, non sono la moglie né un amico, non sono un politico né un giornalista, non sono nemmeno una persona. Non devo rispetto a lui, alla sua sofferenza, al dolore dei suoi cari. Né tantomeno lo devo a chi ha cercato di impedirmi di agire, avanzando più ridicole che paradossali teorie – “In questi mesi ha dato un grande esempio di voglia di vivere” – che suonano stridenti anche all’orecchio meno addestrato a riconoscere la purezza delle parole, e delle intenzioni.
Sono un oppiaceo, un assuefatto a me stesso, al mio stato di incoscienza cronica. Sono la sostanza che gli è entrata nel sangue, e gli ha dato la morte. L’ho fatto senza pensare, senza ragionare,
senza valutare. Senza se e senza ma, direbbe qualcuno. L’ho fatto e basta,
con dolcezza, in silenzio. Sono arrivata prima di lei, l’altra, che lo avrebbe affogato nel mare del suo dolore. E ora lui non c’è più, e con lui la sua passione e la sua croce. Mi sento pieno di me, ho fatto il mio dovere, ho seguito il mio volere. Se fossi uomo sarei un eroe, se fossi donna
sarei una troia. Ma sono chimica, e niente più.
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Si teme ciò che possiamo controllare, e non si vuole controllare ciò che non possiamo impedire. Eutanasia, suicidio assistito, accanimento terapeutico: termini e situazioni fino ad oggi nominati per scongiurare la realtà e il fatto di doverla affrontare, in nome di un’etica alienata e compromessa – filosofica? religiosa? – che si ritiene di dover preservare. E che non vede, cieca com’è, compassione.
“Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi, e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore.” (Il testamento di Tito, Fabrizio De Andrè)