di Andrea Solieri
Pubbliche amministrazioni, scuole, aziende, singoli utenti: tutti possono beneficiare dei vantaggi, tecnici ed economici, offerti da soluzioni informatiche “libere”, ossia non soggette alle restrizioni e ai vincoli posti dai software di proprietà (in genere di grandi multinazionali, prima fra tutte, è noto, la Microsoft). Un risparmio economico notevole, a partire dai ridotti (quando non del tutto assenti) costi di licenza, e un guadagno in termini di sicurezza e interoperabilità ancor più rilevante. In particolare per le Pubbliche Amministrazioni, per le quali è cruciale l’interscambio di dati: da questo bisogno scaturisce la necessità di usare formati aperti (pubblici, documentati e modificabili) e standard (riconosciuti o de facto), che garantiscono, tra l’altro, indipendenza da uno specifico prodotto e fornitore. Aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare: la maggior parte dei sistemi informatici utilizza software specifici di un certo produttore, che sono tra loro compatibili, ma che escludono l’interoperabilità con altri programmi; si è così vincolati a quel fornitore, che potrà dettare prezzi, condizioni, qualità del prodotto. Quanto più questa situazione, detta di lock-in, procede, tanto più difficile sarà svincolarsene. Anche per queste ragioni, tanto la Regione Emilia Romagna quanto il Comune di Modena hanno adottato provvedimenti per l’adozione e lo sviluppo di software open source.
“Sono anni che usiamo software open – dichiara Graziella Ansaloni, dirigente responsabile del Servizio Progetti telematici del Comune di Modena. Dal 2004 – continua – c’è stata un’accelerazione: supportati dalla Direzione generale, abbiamo studiato la possibilità di sostituire Microsoft Office con OpenOffice. Abbiamo visto che la cosa era possibile, per cui abbiamo sensibilizzato e formato gli utenti: 524 persone hanno seguito corsi specifici lo scorso anno, e altrettante lo faranno quest’anno. Siamo partiti dalle biblioteche, in cui abbiamo già avviato la cancellazione di Microsoft Office, poi procederemo con gli altri. Vi sono però sistemi che non permettono la compatibilità con l’open: il sistema delle delibere degli atti, per esempio, prevede l’utilizzo di software Microsoft, ma stiamo cercando soluzioni per permettere alle segreterie di tutti i settori di passare all’open. Anche perché, oltre che un problema di formati, è una questione di costi. Abbiamo 1600 pc all’interno del Comune, tutti licenziati con Microsoft. Ma la politica di Microsoft prevede aggiornamenti continui, con conseguente necessità di hardware sempre più potenti, il che per noi non è una spesa affrontabile. Già la rete civica e il centro elaborazione dati lavorano con server che girano su piattaforme Linux [sistema operativo open], per il resto, in collaborazione con l’Università, stiamo studiando come fare.”
E mentre il Comune si attrezza per “liberare” il proprio sistema informatico, già da anni l’Istituto Sacro Cuore istruisce i propri studenti sulle potenzialità dell’Open Source. Ce ne parla Silvia Anselmo, insegnante tecnico pratica e di trattamento testi e dati al corso per ragionieri programmatori. “Tutti i nostri sistemi – ci spiega – usano come piattaforma Windows server, per una questione di interconnessione di tutti i laboratori. Ma quando trattiamo Linux, ne installiamo temporaneamente una versione per farne un’analisi completa. Inoltre, affrontiamo anche tutto il discorso riguardante il diritto, dal copyright ai brevetti di software [non possibili in Europa, se non per particolari tipologie]. Quando facciamo l’analisi dei sistemi operativi e dei programmi, valutiamo pro e contro: è ovvio che a favore dell’Open Source ci sono una serie di fattori che riguardano i diritti della persona, la diffusione libera di materiale, la possibilità di uso su sistemi non nuovissimi, etc. Delineiamo un quadro il più ampio possibile della situazione, sia per quanto riguarda i software in licenza proprietaria, sia per quelli open. Dal punto di vista pratico, sono abbastanza interscambiabili, almeno nelle applicazioni a più larga diffusione (elaboratori di testo, fogli elettronici, browser di navigazione e di posta elettronica); anzi, in molti casi i programmi open offrono possibilità che gli altri non danno. Nonostante questo, le aziende richiedono la conoscenza del pacchetto Office, e i ragazzi lo sanno. Tuttavia non vi è opposizione all’insegnamento sull’Open Source, anzi: spesso nasce un dibattito sul perché se i costi sono bassi, l’assistenza è così migliore, la possibilità di interazione è così ampia, questi programmi sono così poco diffusi.Allora facciamo un’analisi critica della situazione economica, del potere che ha una multinazionale rispetto a un singolo proprietario e di ogni aspetto che può venire alla luce.”
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Free Software e Open Source: due facce della stessa medaglia
Il software libero è una questione di libertà, non di prezzo: libertà dell’utente di usare, studiare, distribuire, modificare e implementare il programma. Questa la filosofia alla base del movimento Free Software, fondato nel 1984 da Richard Stallman, ideatore del progetto GNU, che si riproponeva di tradurre in pratica il concetto di software libero, in opposizione al dominante principio di software proprietario che nega alla base le suddette le libertà. Come si “libera” il software? Innanzitutto mettendo a disposizione il codice sorgente del programma, ossia quelle istruzioni necessarie alla sua realizzazione, spesso nascoste per impedire ad altri di utilizzare liberamente il programma; in secondo luogo, attraverso una licenza di tipo copyleft (in opposizione, anche semantica, al restrittivo concetto di copyright), che garantisce all’utente del programma piena libertà di utilizzo, modifica e ridistribuzione, a patto che questa avvenga sotto analoga licenza di “permesso” d’autore (la GNU GPL è una di queste). In tal modo, ogni nuova versione del software viene messa a disposizione della comunità, codice sorgente incluso, per cui chiunque potrà apportarvi ulteriori modifiche, in un circolo virtuoso di condivisione e implementazione.
E’ questa, l’implementazione del programma, la motivazione che ha spinto nel 1998 Bruce Perens e Eric Raymond a dare vita al movimento Open Source (sorgente aperta), analogo per intenti e mezzi a quello del Free Software, ma svincolato dalla sua forte connotazione etico sociale. Per il movimento Open Source, il software dev’essere libero per i benefici pratici che comporta: maggiore sicurezza e stabilità del sistema, conformità agli standard e maggior interoperabilità, adattabilità del programma e indipendenza dai singoli fornitori.
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