Contro la legge dei nani. Riflessioni su referendum e legge elettorale

di Andrea Solieri

Dopo Mattarellum, Tatarellum e Porcellum, nomi coniati dal politologo ed editorialista del Corriere della Sera Giovanni Sartori, il prossimo sistema elettorale potrebbe chiamarsi Nanarellum, secondo la definizione del giornalista di Repubblica Ilvo Diamanti. Definizione fondata sul timore che, a dispetto degli elogi profusi da molti politici negli ultimi quindici anni in favore del sistema maggioritario e bipartitico, la prossima legge elettorale non farà che acuire il potere dei “nanetti” (vezzeggiativo usato da Sartori per indicare i piccoli partiti del nostro sistema). Forti di una manciata di voti (anche solo l’1 e rotti per cento su scala nazionale), rappresentati in parlamento da quattro gatti (anche solo due, a dire il vero), e presenti nel governo in posizioni di rilievo (su tutti il Ministero della Giustizia), attuano il loro “potenziale di ricatto” sugli alleati maggiori ( i “giganti”) ogni qual volta sia in discussione, o anche solo in vista, un provvedimento a loro sgradito. Come la modifica in senso maggioritario della legge elettorale, che in Italia non si è mai riusciti a compiere. Dopo una brevissima parentesi aperta da De Gasperi nel ’53 e chiusa dai fautori del multipartitismo l’anno successivo, siamo infatti passati dal Mattarellum (da Mattarella, primo firmatario della legge elettorale del 1993), che assegnava tre quarti dei seggi col maggioritario e il restante quarto col proporzionale, al Porcellum (da “porcata”, così come definita la legge del 2005 dal suo stesso estensore, l’allora ministro Calderoli), che ha reintrodotto il sistema proporzionale tipico della prima Repubblica, “correggendolo” con un premio di maggioranza che è risultato del tutto insufficiente a garantire la necessaria governabilità. Risultato: dopo sessant’anni abbiamo ancora un sistema frammentario, costituito da una miriade di partiti che si coalizzano prima delle elezioni per conquistare la maggioranza dei voti, ma che poi, al momento della prova del 9 si ritrovano separati da abissi ideologici e identitari che bloccano l’operatività dell’Esecutivo. In questo immobilismo politico, è ancora una volta la società civile a muoversi, come già avvenne nel 1993, quando fu un referendum ad abrogare la legge elettorale allora vigente per il Senato, perché fosse rivista in chiave maggioritaria. Stesso intento per i referendari di oggi, che non si fidano a lasciare la questione in mano ai partiti, guidati solo dal loro spirito di sopravivenza. Come un po’ in tutta Italia, il 23 aprile è nato anche a Modena il comitato per il referendum di abrogazione di stralci della legge Calderoli, presieduto dall’avvocato Manlio Pedrazzoli.

Cosa vi prefiggete con questo referendum?

“Benché il primo e più pratico scopo dei comitati sia quello di raccogliere le 500 mila firme necessarie a proporre il referendum, l’obiettivo ultimo è giungere a un sistema maggioritario, più semplice e diretto, che assicuri governabilità e stimoli anche un sistema bipartitico, ossia con due grandi partiti che veicolano la grande maggioranza dei voti e pochi partiti marginali, i quali non avranno più quel forte potere di ricatto che ha sempre condizionato l’azione di governo.”

Com’è possibile “cambiare sistema” solo attraverso un referendum?

“Non è possibile, il referendum non consente di farlo. Ma possiamo abrogare alcune storture della legge attuale: assegnare il premio di maggioranza alla singola lista che ha ottenuto più voti, e non alla coalizione, evita il fenomeno delle coalizioni che nascono prima delle elezioni e si distruggono subito dopo il voto; l’innalzamento delle soglia di sbarramento al 4% per la Camera e all’8% al Senato taglierà fuori i partiti più piccoli, con conseguente riduzione nel lungo termine della frammentazione del sistema partitico. Infine, eliminando la possibilità di candidature multiple, si elimina il fenomeno del “ripescaggio”, secondo cui il “plurieletto” diviene signore del destino degli altri candidati.”

Perché non lasciare l’iniziativa della riforma al Parlamento?

“Come ha detto il ministro Amato, “il referendum è una pistola carica sul tavolo della politica”. Il vero intento dei referendari è quello di spingere il Parlamento, che altrimenti rimanderebbe di continuo, a modificare la legge elettorale, andando nella direzione indicata dal referendum: sistema bipartitico e maggioritario. Del resto, oggi c’è maggiore convergenza tra le forze politiche, anche quelle ritenute più estreme, per cui non ha senso giocare su vecchie contrapposizioni ideologiche che non esistono più. Una società matura deve basarsi su scelte d’opinione, bisogna essere più “laici” e meno ideologizzati. Il voto è uno strumento per dare un governo al Paese, non più per rivendicare la propria appartenenza.”

Intanto, la notizia del referendum ha messo in fibrillazione il mondo politico, tra favorevoli (pochi e grandi) e contrari (molti e piccoli). E tra inviti a continuare con la raccolta delle firme, e altri a rinunciare e a lasciare fare al Parlamento, anche il presidente del Consiglio Prodi – fresco fresco di annuncio della prossima nascita del grande Partito Democratico (che ha senso solo in un sistema maggioritario) – si espone, dichiarando che il disegno di legge finirà in Parlamento entro fine luglio, prima che i quesiti vengano depositati, così da scampare il referendum. Emblematica e paradossale conseguenza della forza del ricatto dei nani sui giganti.

Ancora nessun commento.

Ancora nessun commento.

Commenti RSS TrackBack Identifier URI

Lascia un commento

You must be logged in to post a comment.