In bottiglia, un messaggio di aiuto. Il consumo di alcol in provincia di Modena

di Andrea Solieri

Elevato consumo in generale, elevata percentuale di bevitori problematici, scarsa attenzione da parte degli operatori sanitari: questa la fotografia del consumo di alcol nella provincia modenese scattata dallo studio Passi 2006 dell’azienda Usl di Modena. Punto per punto, ne abbiamo discusso con il dottor Claudio Annovi, responsabile del progetto Alcol (in fase di completamento) dell’Ausl, che indicherà le linee guida da seguire nei prossimi quattro anni nella prevenzione, diagnosi e cura dei problemi alcol-correlati. “L’alcolismo è solo la punta dell’iceberg di una problematica più ampia”, ci spiega. “In Italia, tre quarti della popolazione consuma alcol, circa 38milioni di persone. Nella sola provincia di Modena, stimiamo che siano sui 380mila i bevitori. Il che è comprensibile, viste la nostra tradizione alimentare.” Non a caso, secondo l’Istat, il vino è la bevanda alcolica più amata dagli italiani: oltre il 56 per cento della popolazione sopra i 14 anni lo beve, seguito dalla birra (46%); ultimi i superalcolici, scelti da una persona su quattro. Fatti i conti dei consumatori di alcol, non necessariamente problematici, possiamo riconoscere tra di essi categorie a rischio? “Ce ne sono tre tipi:i forti bevitori, ossia gli uomini che bevono più di 3 bicchieri al giorno e le donne che ne bevono più di 2, eccedendo i limiti (indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) oltre i quali il fattore di rischio si impenna; i bevitori fuori pasto, che sottovalutano il fatto che l’alcol ingerito a stomaco vuoto porta a un aumento dei suoi effetti del 30%. Tale comportamento, inoltre, determina un cambiamento dello stile di vita, che più facilmente predispone ad entrare nella terza categoria a rischio, ossia quella del bevitore “binge”, colui cioè che beve, anche se sporadicamente, 5-6 bicchieri nel giro di poche ore.” A questa categoria appartengono prevalentemente, ma non solo, i giovani (18-34 anni), trascinati dal cambiamento delle abitudini indotto dalle mode culturali, prima fra tutte quella dell’ “happy hour”, oltre che dal compito di “catalizzatore sociale” spesso affidato all’alcol.  “Il problema è che tanto più si hanno questi comportamenti a rischio, tanto più si è esposti a sviluppare un disturbo vero e proprio, perché alla predisposizione sul piano personale si somma la pratica, il che può portare all’abuso o addirittura all’alcolismo.” Conseguenze: cirrosi epatica, malattie croniche del fegato, malattie cardiovascolari, alcuni tumori. Cui si devono aggiungere i tanti danni indiretti, dagli incidenti stradali agli infortuni sul lavoro e domestici, oltre a varie altre problematiche personali, familiari e sociali. Ma se un abuso di alcol può portare a questi effetti, come si spiega la rilevata scarsa attenzione degli operatori sanitari? “In realtà , il tema dell’alcol è molto conosciuto e dibattuto fra gli operatori. Ciò non significa che sia poi sempre trattato con il paziente, che spesso è messo nella condizione di tralasciare una serie di informazioni, come quella sul consumo di alcol, importanti. La ricerca Passi è comunque indicativa, perché se i cittadini hanno questa percezione, significa che c’è ancora molto da fare sul tema. Per questo il progetto Alcol coinvolgerà i medici di medicina generale e i medici pediatrici, che in questo ambito possono contare davvero molto. Inoltre svolgiamo da anni una forte azione di prevenzione, nelle scuole (dalle medie alle superiori, focalizzando l’attenzione ora sull’alcol in generale, ora sugli effetti alla guida) e nei luoghi di lavoro, oltre che verso tutti i cittadini (in particolare ogni anno in aprile, mese della prevenzione alcologica).” Passiamo dalla prevenzione alla diagnosi e cura: lo scorso anno i Centri alcologici hanno avuto più di 1000 utenti, 799 dei quali hanno intrapreso programmi di cura e riabilitazione; nel 1996, erano stati 126. All’aumento di utenza è corrisposto un aumento di consumatori problematici? “Sono aumentati gli utenti e sono cambiate le forme di bere problematico, ma ciò non significa che siano aumentati gli alcolisti veri e propri. E’ cambiata la mentalità, e le modalità di rappresentazione dei problemi connessi all’alcol. Prima li si teneva nascosti, oggi si è più consapevoli del rischio che si corre e della necessità di una cura. Per questo aumenta la domanda, che trova una risposta in un sistema a rete, che fa perno sui centri alcologici (7 in provincia di Modena, uno per distretto), e conta anche sui centri di mutuo aiuto e su altre strutture, pubbliche o private, che mirano a fornire trattamenti integrati. Perché il problema non va affrontato solo sul piano medico-farmacologico, presuppone programmi che coinvolgono interventi nella sfera bio-psico-sociale. Certo è che i numeri sono importanti: l’ipotesi è che ci siano circa 8mila alcolisti e 80mila consumatori a rischio solo in provincia di Modena. Molti si rivolgono a noi dopo anni di consumo, quando non di dipendenza. Non a caso l’età media degli utenti è 47 anni e mezzo, anche se abbiamo utenti dai 20 agli 80 anni.” Si è proposto più volte l’uso di messaggi da apporre sulle etichette delle bevande alcoliche per mettere in guardia chi beve dei pericoli che l’alcol determina in gravidanza, ai minori e alla guida di un veicolo. Può essere utile? “Informare correttamente dei rischi dell’alcol i consumatori e la popolazione in generale attraverso diverse modalità è importante. Il problema è capire se questa particolare proposta può essere realizzata: l’alcol è nella nostra cultura, siamo i secondo produttori al mondo, è poco probabile che le aziende del settore l’accettino. A prescindere da cosa pensano i cittadini.” I quali, secondo il rapporto Eurobarometro sugli atteggiamenti degli europei nei confronti dell’alcol, promuovono a pieni voti la proposta: il 77% degli europei è favorevole, mentre in Italia il numero di favorevoli sale al 79%. Vale a dire, approssimativamente, la stessa percentuale dei consumatori di alcol: una richiesta di aiuto in una bottiglia?

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