di Andrea Solieri
Si scrive “collocamento mirato”, si legge “avviamento e inserimento al lavoro di persone disabili”. In sostanza, si tratta di garantire a persone affette da disabilità, psichica o motoria che sia, la possibilità di accedere al mondo del lavoro attraverso percorsi in grado di valorizzarne capacità e potenzialità lavorative, e di inserirle nei posti disponibili indicati dalle imprese più rispondenti alle loro caratteristiche. Gli strumenti di cui dispone la Provincia di Modena (organo cui è demandato il servizio dalla Regione, che ne stabilisce regole e ne gestisce le risorse) per conseguire tale risultato sono sia di ordine economico che di tipo organizzativo.
Con il contributo del Fondo sociale europeo, la Provincia finanzia percorsi di tirocinio formativo per favorire l’inserimento nel mercato del lavoro delle persone disabili, e offre diversi incentivi alle aziende per l’assunzione (obbligatoria, per quelle che impiegano più di 15 dipendenti) di persone con disabilità. Si va dalla fiscalizzazione (totale o parziale) dei contributi previdenziali e assistenziali per ciascun lavoratore disabile assunto, alle convenzioni per la realizzazione di inserimenti lavorativi adeguati, mirati ed accompagnati nel tempo, fino a contributi forfettari per l’adeguamento degli ambienti di lavoro. A tal fine, la Provincia attinge anche al Fondo regionale per l’occupazione delle persone con disabilità, istituito nel 2005 e rimpinguato annualmente dai versamenti dovuti dai datori di lavoro esonerati, stanti certe condizioni, dall’obbligo di assunzione di persone disabili.
Da un punto di vista gestionale-organizzativo, compito della Provincia è, oltre a intermediare tra disabili e aziende attraverso l’Ufficio collocamento disabili, favorire l’integrazione e la collaborazione fra i diversi soggetti coinvolti, dai Servizi sociali del Comune all’Ausl, passando da associazioni del mondo del lavoro, sindacati e famiglie dei disabili. In quest’ottica, fondamentale, per quanto tardivo (la legge di riferimento è del 1999), risulta essere il protocollo d’intesa siglato il mese scorso tra Provincia, Ausl e principali Comuni del territorio modenese per la chiara identificazione dei ruoli spettanti a ciascun soggetto e le modalità di raccordo tra gli stessi. In base a tale protocollo, sperimentale e di durata biennale, la Provincia metterà a disposizione 100mila euro per finanziare i progetti di inserimento lavorativo che prevedono un’attività di mediazione tra il lavoratore disabile e l’azienda, spesso fondamentale perché il progetto riesca.
Non sono rari, infatti, i casi di insuccesso dovuti a un’errata valutazione della situazione e a una scarsa organizzazione. “Ho visto il caso di una persona con importanti problemi psichici – ci dice Enrico Veronesi, educatore all’Anffas – immessa frettolosamente nel mercato del lavoro, ma che a breve ne è dovuta uscire con prepensionamento anticipato perché non era in grado di affrontare quel tipo di situazione. Io credo che l’inserimento lavorativo sia soprattutto un percorso di costruzione di autonomia della persona, che richiede attenzione e rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni, per trovare soluzioni che le diano soddisfazione e serenità.” Non solo errori di valutazione: talvolta capita che la persona disabile sia addirittura abbandonata a se stessa una volta assunta. Emblematico il caso, riferitoci dal sindacato CGIL, di una persona con disabilità motoria costretta a predisporre la propria postazione di lavoro ogni giorno, con conseguente disagio derivante dalla quotidiana richiesta di aiuto ai colleghi. Una situazione drammatica, dimostrazione del fatto che il diritto al lavoro di chiunque, sia esso disabile o “normodotato”, perché trovi effettiva realizzazione, richiede una cultura di solidarietà e comprensione forse ancora deficitaria nel nostro Paese.
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Quando la disabilità è tale da precludere un proficuo ingresso nel mondo del lavoro, sono predisposti percorsi protetti propedeutici o sostitutivi all’inserimento in azienda attraverso strumenti quali le borse lavoro di carattere socio-assistenziale o altre esperienze di lavoro protetto, come l’inserimento in Cooperative sociali di tipo B. Cooperattiva è una di queste. Fondata nel 1984, Cooperattiva realizza sia progetti educativi personalizzati di inserimento lavorativo in convenzione con Comune e Ausl, sia progetti terapeutici per persone con gravi disabilità. La sede di Modena (ve ne è una anche a Pavullo) comprende infatti due laboratori. Il primo, di tipo socio-assistenziale, è sostenuto dal Comune, che stipendia gli educatori ed eroga un sussidio minimo ai ragazzi impegnati in semplici attività manuali. Il secondo, invece, si configura come un vero e proprio laboratorio che svolge attività conto terzi (assemblaggio a banco, confezionamento, etc.): qui vi lavorano persone in tirocinio formativo, inviate dai Servizi Sociali del Comune o dallo Sportello Lavoro di Psichiatria (che provvedono all’erogazione di un contributo economico pari a 3,10 euro all’ora a persona), e soci-lavoratori (sempre disabili) della cooperativa, assunti secondo il contratto nazionale delle cooperative sociali (che prevede che non si paghino i contributi). “La nostra mission – ci spiega Arturo Nora, vicepresidente di Cooperattiva (nonché del Consorzio Solidarietà Sociale che coordina per conto del Comune le attività di inserimento lavorativo di disabili) – è di integrare persone con situazioni socio sanitarie che non consentono loro di accedere al mercato lavorativo “classico”. Per molti dei ragazzi, l’arrivo in coop corrisponde a un inserimento sociale prima ancora che lavorativo. Qui trovano una collocazione che gli permette di avere quella vita sociale che altrimenti non avrebbero se restassero confinati in casa o in strutture di accoglienza. Alla dimensione lavorativa, dunque, se ne affianca una più “umana”: qui siamo una grande famiglia.”
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