Più che l’embargo. Un appello per il Myanmar

di Andrea Solieri

Colpire l’economia per educare la politica nella ex Repubblica socialista di Birmania (Myanmar dal 1989). E’ questo il senso dell’appello lanciato da Cisl, Wwf, Greenpeace e Legambiente, che in un comunicato congiunto hanno chiesto a imprese e istituzioni italiane di porre fine ai rapporti commerciali con il Paese del sud est asiatico, sede delle recenti manifestazioni di migliaia di persone, monaci buddisti in primis, spente nella repressione dalle tatmadaw, le truppe militari governative birmane. Richiesta fondata sul fatto che in Myanmar tutte le principali attività economiche e produttive sono controllate dal regime militare o dallo stato, i quali non possono che trarre vantaggio dai proventi di ogni transazione commerciale. La stessa Unione Europea, il 3 ottobre scorso, ha deciso di applicare nuove sanzioni commerciali e restrizioni al movimento nei confronti dei componenti della giunta militare birmana: blocco delle esportazioni di oro, pietre preziose, legname, e bando totale degli scambi commerciali; congelamento dei conti bancari dei militari; divieto per le imprese di investire in Birmania; stop alla concessione dei visti per tutti i membri della giunta. Ma, tornando all’appello delle associazioni italiane, è sufficiente e, soprattutto, utile, un “embargo italiano” (ancorché allargato a tutta l’Europa), considerato che i maggiori partner commerciali della Birmania sono Cina, Giappone, Thailandia e Australia? Massimo Morandi, responsabile di sezione del Wwf di Modena, ne dubita: “Vista la situazione, interrompere i rapporti commerciali con l’Italia non sarebbe poi così grave per la Birmania. Quindi si tratta di un gesto simbolico dalla sola valenza politica, che si risolve nell’annunciare sui giornali che rompiamo i rapporti con quel Paese. Ma, concretamente, non cambia nulla per il regime birmano. Basta vedere come, nonostante i riflettori accesi ormai da settimane, stia continuando secondo la sua linea di repressione.” Non si può fare nulla dunque? “Io penso che si debba fare leva sulla diplomazia, attraverso pressioni politiche da parte degli stati della Unione Europea, tanto sulla Birmania quanto su quegli stati, come la Cina, che indirettamente la supportano. Non va poi trascurata la questione delle forniture militari al regime birmano, che provengono anche da stati europei. Perché è inutile che lo Stato italiano e l’Unione Europea condannino i militari, se poi non intervengono per bloccare quel flusso di armi.” Il riferimento è al rapporto diffuso lo scorso 16 luglio da un gruppo di Organizzazioni non governative, tra cui Rete Disarmo, Saferworld e Amnesty International, secondo cui il governo indiano, che ha rigettato l’accusa, fornisce al Myanmar l’Advanced Light Helicopter (Alh), un elicottero d’attacco prodotto in India ma costruito con componenti e tecnologie di provenienza europea, tra cui il sistema frenante di origine italiana. Questo metodo di triangolazione viola l’embargo sulla vendita di armi dall’Unione Europea al Myanmar, in vigore dal 1988, rinnovato nel 2002 e nel 2006, che riguarda anche il trasferimento indiretto di componenti militari. Per questo Amnesty International ha di recente rinnovato la richiesta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di imporre immediatamente un embargo totale e obbligatorio sulle armi al Myanmar. Consiglio di Sicurezza che, lo ricordiamo, il 15 settembre 2006 aveva approvato l’iscrizione della questione birmana nella sua agenda formale (con il voto contrario della Cina), motivata dalle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dalla giunta militare al potere ai danni degli oppositori democratici e delle minoranze. Oggi, dopo più di un anno, la situazione non è migliorata, anzi. La repressione violenta delle manifestazioni pacifiche dei mesi scorsi, gli arresti dei dissidenti e le torture dei detenuti (denunciate, tra gli altri, da Amnesty International e da Peace Reporter) rendono evidente la sostanziale inerzia della comunità internazionale, che non si spinge oltre la definizione di regole e linee di comportamento che stenta poi a far rispettare anche ai propri stessi membri.

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