di Andrea Solieri
Misurare, valutare, render conto per una cultura della cittadinanza. E’ questo lo slogan della Carta di Belluno, firmata lo scorso 21 gennaio, nel capoluogo veneto, dall’assessore al Bilancio e alla Partecipazione del Comune di Modena Francesco R. Frieri. Con lui, altri rappresentanti di istituzioni locali, concordi nel riconoscere che sia “dovere delle amministrazioni pubbliche rendere conto ai cittadini e alle imprese con chiarezza, tempestività, coerenza e sistematicità dell’utilizzo dei soldi pubblici che i contribuenti versano”, al fine di “costruire le condizioni per la fiducia e per scelte democratiche consapevoli e informate”.
In sostanza, un impegno verso l’attuazione del diritto dei cittadini a conoscere le politiche reali dell’Amministrazione, tradotte in numeri (corrispondenti a euro sonanti) e scritte nero su bianco, così da essere comprensibili ai più e confrontabili nel tempo. Un’assunzione di responsabilità verso la trasparenza, e verso la riaffermazione di un altro diritto dei cittadini, quello alla partecipazione – che non può essere, se non informata. Un obiettivo non nuovo a Modena, perseguito nel 2005 e nel 2006 con la sperimentazione del Bilancio partecipativo, e nel 2007 con il progetto, anch’esso partecipativo, delle ex Fonderie riunite.
Esperimenti, tentativi di coinvolgimento della cittadinanza dall’alto, non privi di criticità (riconosciute dallo stesso Frieri), ma segnali evidenti di un impegno effettivo e, soprattutto, buoni per consentire ai cittadini più volenterosi di esprimere la propria opinione sulle decisioni, passate e future, dell’Amministrazione. Vi è tuttavia il rischio che queste iniziative risultino, alfine, fini a se stesse. Da più parti ci si chiede se siano davvero in grado di tradurre in azioni concrete le proposte provenienti dal basso. A conti fatti, possiamo dire: a metà.
L’esperienza del bilancio partecipativo, infatti, più che alla definizione di politiche condivise per la città e, quindi, degli interventi prioritari da eseguire, è servita per raccogliere bisogni e problematiche spesso già a conoscenza dell’Amministrazione – la quale, peraltro, si è trovata in più casi a dovere respingere proposte ritenute infattibili, ma con un’importante elemento di novità: dandone ragione. Per quanto riguarda il progetto per le ex Fonderie, poi, il giudizio non può che essere sospeso: se è vero che si è arrivati alla definizione partecipata di “cosa” dovrà trovare spazio nell’area che ospita l’edificio storico (il “DAST – Design, Arte, Scienza, Tecnologia) – e va quindi dato atto di un risultato positivo – è però altrettanto vero che non è ancora ben chiaro il “come” né il “chi” – questioni fondamentali, la risoluzione delle quali potrà decretare la complessiva riuscita del progetto partecipativo o ridurne la valenza.
Certo è che siamo solo all’inizio. Perché la partecipazione non può essere circoscritta a qualche iniziativa nè limitata nel tempo, ma deve essere stimolata e coltivata costantemente. Non per dare sfogo a un potenziale partecipativo già esistente, ma per costruire una diffusa, e quanto mai necessaria, propensione all’interesse verso la dimensione istituzionale della vita collettiva.
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