Al V-Day ci sei o non ci sei

L’8 settembre al V-day non c’ero, il 25 aprile sì. Per chi ha letto i giornali, ecco come è andata realmente. Per chi ha guardato i telegiornali, ecco come è andata, semplicemente.

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Arrivo alle 4, un’ora dopo l’orario di inizio. Mi perdo così i vaffanculo ai nuovi, e vecchi, condannati in Parlamento. Ma faccio in tempo ad ascoltare il discorso di Beppe Grillo sul “fascismo dell’informazione”, quello che priva i cittadini della libertà di scegliere consapevolmente da chi farsi governare, riducendo le elezioni a un rito insignificante. Questa è la linea rossa che guida ogni intervento: questa informazione disinforma, è uno strumento nelle mani del potere, a cui volentieri molti giornalisti si piegano. E quindi, la prima cosa da fare, è informare. Ecco allora che sul palco si susseguono diversi interventi, ciascuno volto a far conoscere istanze che non hanno voce nei giornali e nelle televisioni, se non per essere zittite. O, come è successo nel Vaffanculo Day after, semplicemente non considerate, non ascoltate, non riportate. Censurate. Quelle dei rappresentanti dei comitati No Dal Molin e No Tav, strenui e informati oppositori del raddoppio della base americana di Vicenza e della costruzione della linea Tav in Val di Susa. Censurate. Quelle di Davide Bazzini dell’associazione Comuni virtuosi, che riunisce i comuni in cui si costruiscono solo edifici con la certificazione di efficienza energetica, in cui l’acqua in bottiglia è messa al bando, in cui la mobilità passa per il car sharing, il car pooling e il bicibus, in cui non c’è bisogno di inceneritori perché la raccolta differenziata è all’80%, in cui le decisioni sono prese con la partecipazione attiva dei cittadini. Censurate. Quelle di Paul Connett, professore dell’Università di New York, che racconta come sia possibile, e doveroso, perseguire la politica del Zero Waste, e che sottolinea che negli Usa non si costruiscono inceneritori dal 1995. Censurate. Quelle dell’operaio Bazzani - cui Beppe Grillo dà la parola dopo avere recitato un suo amaro e commovente componimento sulle morti sul lavoro – che ricorda che in Italia ci sono solo 1950 tecnici delle Ausl addetti ai controlli sui posti di lavoro a fronte di 5 milioni di aziende. Censurate. Quelle della moglie di Aldo, arrestato perché coltivava marijuana, e poi pestato a morte in cella, “scientemente ucciso con tecnica militare” secondo il rapporto dei medici legali. Censurate. Quella della madre di Ida, abbandonata dallo Stato per aver scelto di stare vicino alla sua bambina malata. Censurate. Quelle dell’avvocato Vassalle, difensore dei risparmiatori nelle cause contro le banche che li hanno convinti ad investire nei bond argentini, che denuncia a chiara voce il potere delle banche e la complicità dell’informazione nel conservarlo. Censurate. Quelle di Beppe Scienza, professore di Matematica al Politecnico di Torino e autore del libro “Il risparmio tradito”, che distrugge, facendo nomi e cognomi, l’attendibilità dei giornalisti economici, così definiti “perché costa poco corromperli”. Censurate. Quelle di Daniele Martinelli, giornalista “in quota internet”, che parla della politica di affossamento dell’emittenza locale portata avanti dal governo Berlusconi. Censurate. Quelle dell’emozionatissimo ingegnere Palazzeri, inventore del sistema di autoproduzione e messa in rete dell’energia prodotta da parte dei singoli. Censurate. Quelle di Travaglio, che fornisce chiari e inoppugnabili motivi per firmare la proposta di legge popolare per l’abrogazione dell’Ordine dei giornalisti, del finanziamento pubblico all’editoria di partito, della legge Gasparri. Censurate. E poi tutte quelle di Beppe Grillo, compreso l’elogio dei “militi ignoti dell’informazione”, quelli che nemmeno sappiamo esistano per colpa di “un sistema che ci fa conoscere solo i servi”. Censurate.

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Giornali e tv non hanno fatto che attaccare Grillo, mentendo su ciò che è successo in piazza San Carlo a Torino il 25 aprile, di fronte a 120mila persone. O, semplicemente, ignorandolo. Il problema è che molto probabilmente non c’erano. Probabilmente, temevano che qualcuno li mandasse a’ffa’n'culo. E allora sono stati a casa, e hanno scritto di qualcosa che non conoscevano, che non avevano vissuto. E si sono concentrati su quella parola, Vaffanculo. Per tacere la sostanza, hanno parlato della forma. Ma, ancora una volta (vedi post Il Grillo parlante), la forma è sostanza. E ha un significato che va ben oltre il significante. E allora vi giro la domanda che ha posto Natalino Balasso in conclusione del suo intervento: “Si consumeranno prima le lingue dei servi, o i culi dei padroni?”. Domanda, inutile dirlo, censurata.

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Postilla, per chi ha pretestuosamente usato come argomento contro il V-Day la scelta del 25 aprile:

La libertà di informazione è un diritto fondamentale dell’uomo e la pietra di paragone di tutte le libertà
(Assemblea generale delle Nazioni Unite, Risoluzione 59, 14 dicembre 1946)

3 Commenti

  1. dei giornalisti ce n’erano. sono venuti fisicamnete ad ascoltare chi li ha mandati affanculo.in un unico grande calderone.
    ma poi, usi loro giornali, sono entrati nel merito nei loro report del vday after: no dal molin, no tav…
    la moglie di aldo li ha abbracciati perchè loro già da un pò davano spazio alla sua istanza senza voce.
    sparare a zero indistintamente su tutti è poco rispettoso della verità.
    mandarli affanculo tutti non vuol dire rendere più serio ed efficace l’ordine dei giornalisti.
    perchè la “forma è contenuto”.
    ma allora il contenuto è un’analisi rozza e primitiva della situazione.
    e se la santanchè è una razzista sboccata, che parla come mangia(e quindi mangia merda), allora grillo è un controiformatore rozzo e primitivo che di feci ne mangia a palate.
    quando berlusconi offende le donne con le sue battute di gusto machista, io non vado al dilà della forma e penso “a parte questo sfogo, in sostanza farà delle cose per le italiane”. no, io non glielo perdono questo linguaggio.
    e mi viene un pò di prurito quando devo depurare i discorsi di grillo da tutti i vaffanculo.
    fermo restando che che nn sopporto gli “accademici della crusca del mio cazzo” che faziosamente non vogliono andare oltre al suo vaffa.
    fermo restando l’importanza che dò alla controinformazione.
    fermo restando la delusione che provo quando guardo i tg e leggo repubblica.
    però il prurito per lo slogan vaffanculo mi rimane.
    io la penso così intimamente
    e non mi produco sfigata in questo.io la penso così intimamente.
    pimpa

  2. Tra i giornalisti che erano al V-Day e quelli che ne hanno scritto, non c’è una relazione biunivoca: ne hanno scritto molti che non c’erano (per loro stessa ammissione, “premetto che non ero presente”), i quali tutti – almeno quelli di cui ho letto/sentito le analisi – ne hanno stravolto la realtà dei fatti, oltre che del senso. Stessa relazione non biunivoca esiste tra la presenza fisica e la veridicità del resoconto: se l’esserci era condizione necessaria per poter raccontare la verità, tuttavia nulla vietava di esserci e poi mentire. Detto questo.
    Non si spara indistintamente su tutti, se, come è successo, si fanno nomi e cognomi. Al più, come è successo, si colpisce tutto un sistema, sparando ai suoi più rappresentativi esponenti. Nel colpire un sistema, fare dei distinguo può talora essere utile. Non in questo caso, perché i distinguo riguarderebbero, nell’infimo e meschino sistema italiano dell’informazione, persone che non lo rappresentano, eccezioni alla regola, devianze alla normalità. Concorderai che Vespa rappresenta l’informazione italiana più di Travaglio, e che, girando per strada, troverai più persone disposte a riconoscere in Vespa il vero giornalista, che non in Travaglio. E’ normale: in questo sistema, Vespa è un grandissimo giornalista. Non interrompe, non fa domande scomode (o semplicemente lecite), non contraddice. Dirige il traffico. In un altro paese, sarebbe un vigile. In Italia, è la creme del giornalismo. Venendo al prurito.
    Gridare vaffanculo, certo, non invita al dialogo. Non stimola la testa, ma stuzzica la pancia. Se tutto il contenuto della manifestazione si esaurisse in quel vaffanculo, la sensazione di fastidio sarebbe, oltre che legittima, giustificata. Così come l’idea, diffusa, che affrontare il tema utilizzando un linguaggio così rozzo e primitivo, sia sbagliato e finanche controproducente. Ma si esaurisce davvero tutto in quel vaffanculo? Non ci sono proposte concrete? Non c’è quella controinformazione che reputi importante? La forma è sostanza, certo. Ma la forma non è solo una parola. Come nel Vaffanculo Day precedente, anche in questo il “vaffanculo” è sintesi di molti significati, non espressione del solo significante. Inoltre.
    Il Vaffanculo è una provocazione. La sparo grossa, e sporca, per attirare la tua attenzione, e parlarti seriamente quando le tue orecchie sono a me. Discutibile come sistema, ma senza dubbio efficace: di gente ce n’era una marea, le firme sono state raccolte. E’ comunque una caduta di stile, un abbassarsi a un linguaggio e a una mentalità populista? Può darsi. Inficia la credibilità e l’attendibilità di ciò che Grillo dice? Non credo. Grillo come Berlusconi?
    Non ridere mentre ti gratti.

  3. avrei davvero voluto fare un sondaggio dei comportamenti elettorali delle folla del v day, o almeno scoprire quanti dei veffanculanti avevano votato la Lega.
    per capire chi viene richiamato dal vaffanculo.
    sarebbe interessante,
    magari una proposta di tesi a scienze politiche

    (concordo molto sul fatto che i distinguo necessari riguardano eccezioni molto rade…ma se fossi quell’eccezione mi incazzerei di brutto)

    pimpa


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