Lavoro precario, mal pagato, insicuro. L’importanza del 1° maggio.

di Andrea Solieri

Primo Maggio, festa dei lavoratori. La chiamiamo “festa” perché, come il 25 dicembre o il 25 aprile, si sta a casa, non si lavora. Tuttavia, più che una festa, è una celebrazione. Il primo maggio si ricorda l’impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. Dalle battaglie per la conquista delle 8 ore lavorative, al giusto salario, fino a tutti quei diritti che, in Italia, sono racchiusi nello Statuto dei Lavoratori del 1970.

Certo che parlarne oggi, in un’epoca in cui gli stipendi italiani sono i più bassi d’Europa, gli straordinari sono la norma, i lavoratori sono sostituiti dai “collaboratori”, e, come ha scritto Ezio Mauro (La Repubblica, 11/01/08), “persino la parola lavoro è stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze, professionalità”, può sembrare anacronistico. Eppure, l’articolo 1 della Costituzione dichiara il lavoro come elemento fondante della Repubblica italiana. Forse per questo, celebrare la Festa dei lavoratori è sempre attuale.

“Io credo che il 1° maggio – afferma Vanni Ficcarelli, segretario provinciale FLAI-CGIL – abbia sempre senso, e sempre dovrà averlo. La sua forza è quella di riscoprire ogni anno gli elementi più significativi del lavoro, e portarli con forza nel dibattito politico. Per troppo tempo la Politica non ha saputo e voluto affrontare i temi del lavoro e della sua condizione, lasciandoli ai margini del dibattito, mentre al centro erano posti i valori dell’impresa, la logica del profitto, della competitività, della produttività.”

Un’assenza che si sente, tanto che le celebrazioni dello scorso anno si tennero sotto il grido “L’Italia riparte dal lavoro”, quasi che la prima, cogente, necessità fosse di riportare il lavoro al suo ruolo di fattore costitutivo della Repubblica. Per poi da lì continuare, ritrovarne i valori essenziali che hanno animato le tante lotte sindacali degli anni passati, e guardare alle condizioni presenti. Ecco perché quest’anno, i temi centrali saranno salario e sicurezza sul lavoro, declinati nello slogan “Più reddito, più sicurezza”. “Esiste un rapporto - continua Ficcarelli – tra la condizione lavorativa precaria, generalmente mal pagata, e la scarsa sicurezza sul lavoro. Perché il lavoratore precario ha meno tutele ed è più ricattabile, per cui egli stesso accetta condizioni lavorative insicure, egli stesso si sottopone a straordinari per sbarcare il lunario, egli stesso va al lavoro anche quando non è in condizione. Poi c’è un altro fattore di insicurezza, determinato dalla situazione aziendale, in particolare nelle fasi di smantellamento degli impianti.”

Da questo punto di vista, il caso della Thyssenkrupp, che con l’incendio scoppiato la notte tra il 5 e il 6 dicembre scorsi ha violentemente acceso la luce sul tema delle morti sul lavoro, fa scuola. L’azienda era in dismissione, gran parte del personale era già andato via. La notte della tragedia, come in altre occasioni, i tempi di sicurezza non erano stati rispettati, per consentire a tutte le linee produttive di lavorare, o si stava a casa, senza paga. Due degli operai morti erano alla quarta ora di straordinario. Scoppiato l’incendio, domare il fuoco era impossibile: il sistema antincendio non era in regola, gli estintori vuoti. Bilancio finale: sette morti. “Sembra banale, ma bisogna lavorare per vivere, non per morire”, commenta Ficcarelli. “Questo è il vero crimine: rendere il fattore sicurezza subalterno alla condizione economica o produttiva dell’azienda, mentre è un valore in sé, che va tutelato a prescindere.”

Il problema esiste, e va affrontato. Il Testo Unico sulla sicurezza del lavoro approvato dal precedente Governo Prodi è stato un passo importante. Sono stati estesi gli obblighi delle imprese nei confronti di tutte le tipologie di lavoratori, e sono state aumentate le pene (fino a 18 mesi di carcere) e le sanzioni (fino a 1,5 milioni di euro e sospensione attività) per chi non è in regola (diminuite in caso di regolarizzazione della posizione, salvo recidiva). Inoltre, sono stati ridotti notevolmente (da 1600 a 600) gli adempimenti burocratici per i datori di lavoro. Per cui, niente più scuse. Infine, aspetto forse più rilevante, si è messa al centro la prevenzione, quale fondamentale fattore per la costruzione di una diffusa cultura della sicurezza sul lavoro. “Questo è un enorme passo in avanti”, giudica Ficcarelli. “Garantire la sicurezza sul lavoro deve essere un elemento sentito e condiviso da tutti, dal lavoratore all’impresa che ne è responsabile. E anche dal sindacato, che troppo spesso – faccio un mea culpa – nella contrattazione con le aziende dà priorità ad altri aspetti, a partire da quello economico.”

E allora, “più reddito, più sicurezza”, per non dovere sceglier l’uno a scapito dell’altra, e trasformare la Festa dei lavoratori da viva celebrazione a nostalgica commemorazione.

[allego il reportage di Ezio Mauro citato nel mio articolo, e ne consiglio la lettura: Cosa è morto con i ragazzi della Thyssen]

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