Al Fara’a refugee camp

Qui, per terra si mangia e per terra si dorme. Dove, è questione di temperatura: in una stanza calda e spoglia (solo tappeti e materassini), o all’aria sul tetto, tra cisterne nere ed antenne satellitari. Qui, le case sono aperte, come le famiglie. Più che genitori e figli. Vicini e amici. Comunità. Che è più delle persone: sono loro e il loro scudo.
Qui, i ragazzi e le ragazze sono sconosciuti per strada, ma giocano e litigano tra loro, mischiati, al centro giovanile. Qua dentro, ragazzi e ragazze, possono anche ballare insieme, ma là fuori, no. Là fuori, gli uni si abbracciano e danzano tra loro sudati e contenti, mentre le altre, tra loro, liberano i capelli ed il ventre in una danza sensuale.
I ragazzi, qui, fanno le tre di notte. Ciascuno a casa propria, vigile e eccitato. In attesa della consueta incursione dell’esercito israeliano. Quando è il momento, mentre a casa ci si allontana dalle finestre e si riprende a dormire, loro escono allo scoperto a gridare con pietre la loro esasperazione. Non desiderano altro, alcuni. Che arrivi l’una di notte, due camionette e tre colpi scoppiati.
Non si dorme, e non si sogna qui. Men che meno, ormai, una Palestina libera e unita. Quello è un vecchio desiderio, svanito con anni di occupazione, logorato dall’odio verso il vicino ingombrante. Che, in ultima istanza, è solo pietre e rassegnazione. Si guarda alle cose concrete e ancora possibili. Finire gli studi, trovare un lavoro, sposarsi. Ed essere felice. Insciallah.

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