Lungo la ripida scala, protetta da spessi muri di pietra, porte di metallo, piccole e strette, nascondono alla vista ferite e macerie. Le varchiamo, incerti, seguendo l’invito delle nostre guide improvvisate: ragazzi incontrati per strada, sedici anni il più grande. Con occhi indecifrabili – tra compassione e compiacimento – mostrano i segni delle bombe e dei proiettili: stanze a cielo aperto, pareti distrutte, un cimitero di detriti. E cicatrici, che corrono lungo la spalla e tappano la pancia, mettendo una pezza al corpo violato dal fuoco nemico. Per la gioventù rubata, invece, nessun rimedio. I muri si ricostruiscono, dritti. I ragazzi no. Molti sono crollati definitivamente, altri si preparano a farlo. Unico riferimento, per loro, e per questi, nostri poveri ciceroni, le icone della lotta armata all’occupazione. Più che riferimento, ossessione. Nelle strade e nelle case. Dovunque. Anche qui, in questa stanza abbandonata. Sulla parete scalcinata, le facce di fratelli, cugini, amici uccisi dai soldati israeliani. Sono loro i martiri della Palestina. Ragazzi sbarbati con in tasca un coltello ed in braccio un fucile. Ma nessun futuro.
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